Cosa c’entra Epstein con Putin (e la Russia)

Gli Epstein files raccontano i contatti russi. Nessuna prova d’incontro con Putin, ma spunta la mail ‘I need a favor’ a Belyakov

Il pedofilo Epstein e Putin

Quando, il 30 gennaio 2026, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso disponibili circa 3,5 milioni di pagine di materiali legati al caso Epstein, l’ondata di reazioni è stata immediata. In pochi giorni, i social e parte dell’informazione hanno trasformato la pubblicazione in un enorme “test di Rorschach”: per alcuni, la prova definitiva di trame nascoste; per altri, l’ennesimo deposito caotico di carte in cui è possibile trovare qualunque cosa. In questo articolo proveremo a fare chiarezza.

Perché negli Epstein files la Russia compare ovunque

È dentro questa cornice che, quasi per inerzia, la Russia è diventata uno dei temi più caldi. Nei file, i riferimenti a “Russia” e “Putin” sono numerosi, e una parte rilevante sembra riconducibile a ritagli stampa, rassegne e digest informativi che Epstein riceveva e conservava. L’esistenza di questo livello “passivo” è importante perché spiega la frequenza del nome senza implicare, di per sé, un rapporto diretto. Chi accumula briefing e rassegne finisce per archiviare la geopolitica come un investitore archivia i report di mercato: per abitudine, per curiosità, per posizionamento. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Nelle ricostruzioni giornalistiche basate sulle carte emergono anche scambi personali, richieste di aiuto e un filo di tentativi ripetuti di Epstein di avvicinarsi a canali russi di alto profilo. In altre parole, i file non arrivano a documentare un rapporto di controllo; al tempo stesso, rendono difficile archiviare l’intero capitolo come semplice rumore d’archivio.

I tentativi di arrivare al Cremlino 

Il punto, per capirsi, è evitare le scorciatoie: capire cosa nei file è verificabile, cosa è solo contesto e cosa resta un’ipotesi. Nei giorni successivi alla pubblicazione, tra il 5 e il 6 febbraio, i resoconti hanno messo a fuoco un punto ricorrente: Epstein avrebbe cercato più volte, in anni diversi, di arrivare al vertice politico russo tramite intermediari e contatti laterali. È una dinamica tipica del suo modo di muoversi: una strategia di accesso che passa da persone-ponte, relazioni trasversali, inviti, cene, promesse di contatti. L’elemento centrale, però, è ciò che manca: al momento, nei materiali pubblici non compare un riscontro che certifichi un incontro con Vladimir Putin. Il divario tra tentativo e riuscita, in questo caso, è tutto.
Secondo le ricostruzioni basate sui documenti, Epstein avrebbe cercato per anni di avvicinarsi al presidente russo attraverso canali indiretti, in particolare tramite Thorbjørn Jagland, ex primo ministro norvegese ed ex segretario generale del Consiglio d’Europa. In una delle email richiamate dai resoconti, Epstein descrive a un interlocutore l’idea di sfruttare un incontro a Sochi per presentarsi a Putin e proporsi come consigliere su come attirare investimenti occidentali. Un altro scambio, datato 2018, mostra Epstein intento a far arrivare a Mosca un messaggio su Sergey Lavrov e sul ruolo che in passato aveva avuto l’ambasciatore Vitaly Churkin. Sono tentativi, non conferme: non attestano che Putin abbia mai risposto o che l’accesso sia stato ottenuto, ma descrivono una strategia insistente di “ingresso” nel circuito russo.

In quel carteggio, però, colpisce anche la plasticità con cui Epstein racconta il proprio accesso al Cremlino quando scrive a interlocutori di rango. In una mail di maggio 2013 a Ehud Barak, riferisce che Jagland stava per vedere Putin a Sochi e che gli era stato chiesto di tenersi disponibile a giugno per spiegare al presidente russo come la Russia avrebbe potuto strutturare accordi capaci di attrarre investimenti occidentali; nello stesso passaggio precisa che, per lui, sarebbe stata la prima volta. Poche settimane dopo, sempre con Barak, il registro cambia: Epstein sostiene che fosse stato Putin stesso a proporgli un incontro, in coincidenza con il Forum economico internazionale di San Pietroburgo, ma aggiunge di averlo rifiutato perché voleva “real time and privacy”.

Mail di Epstein a Barak in cui afferma che sia stato Putin a richiedere un incontro con lui

La Russia, d’altro canto, ha risposto alle accuse con una smentita netta e una linea di comunicazione improntata al dileggio delle ipotesi; una risposta prevedibile sul piano politico, che tuttavia non risolve la questione sostanziale, cioè la natura e la profondità dei contatti che effettivamente affiorano dalle carte.

Il caso Belyakov

Proprio perché l’incontro con Putin non è documentato, il nodo si sposta sulle relazioni di Epstein con altri gerarchi russi. L’episodio più concreto non riguarda il vertice politico, ma un contatto che nei documenti appare ricorrente e, soprattutto, bidirezionale. Al centro c’è Sergey Belyakov, in quegli anni già alto funzionario dell’area economica russa — indicato nei resoconti come ex vice ministro dello Sviluppo economico — con una formazione che alcune ricostruzioni collegano all’ambiente della sicurezza russa.

Qui la vicenda non passa attraverso citazioni indirette, ma attraverso la logica del favore e dei servizi resi. Un’email di luglio 2015 attribuita a Epstein si apre in modo asciutto: “I need a favour”. Il finanziere descrive una donna russa arrivata da poco a New York — nei documenti viene citato anche il Four Seasons Hotel — che starebbe tentando di estorcere denaro a un gruppo di uomini d’affari, con un impatto che Epstein definisce “cattivo per gli affari” per tutti i coinvolti. La richiesta a Belyakov non è generica: chiede consigli e, di fatto, un intervento informativo. Dai resoconti emerge che Belyakov si sarebbe attivato rapidamente, incontrando persone che conoscevano la donna e ricostruendo il suo profilo; nella risposta, avrebbe riferito a Epstein che la donna orbitava nel “business del sesso/escort” e che non risultava protetta da figure influenti.

Il rapporto, però, non si esaurisce in questo scambio. Le stesse ricostruzioni indicano contatti precedenti, inclusa una riunione nel 2014 a New York, e mostrano un asse in cui anche Belyakov chiede: nello stesso periodo, avrebbe sollecitato Epstein a facilitare incontri con figure dell’imprenditoria e della finanza statunitense, tra cui Peter Thiel (cofounder di PayPal) e Thomas Pritzker, dopo un’introduzione curata da Epstein e seguita da email di coordinamento. In altri scambi successivi, Belyakov avrebbe chiesto feedback su proposte da presentare a business leader americani.

È un frammento interessante che non fornisce la prova di un’operazione di intelligence. Indica però un rapporto abbastanza stabile da sostenere richieste delicate, scambi di informazioni e presentazioni di alto livello. In un dossier così vasto, questo tipo di interazione pesa più di molte occorrenze testuali: segnala che la “pista russa” non si esaurisce in un collage di articoli archiviati.

Che cosa rende rilevante, giornalisticamente, un episodio del genere? Non il suo contenuto in sé ma il fatto che stabilisce una forma di reciprocità: Epstein chiede, l’interlocutore si muove, e da quel movimento emerge una piccola mappa di accessi e capacità. In pratica, non certifica una regia. Conferma però che quel rapporto esisteva e aveva una dimensione funzionale, non solo di facciata. È il tipo di dettaglio che costringe a una lettura più adulta delle carte: meno inclinata a smentire per principio e più attenta a distinguere tra livelli diversi di evidenza.

La via tech

Accanto ai contatti istituzionali o para-istituzionali, un secondo asse riguarda l’ecosistema economico e tecnologico. Alcuni approfondimenti hanno descritto una rete che include investitori tech russi o russi espatriati, e una corrispondenza fitta con una figura divenuta pubblicamente identificabile dopo l’uscita dei file: Masha Drokova, oggi nota come Masha Bucher, venture capitalist a San Francisco. Secondo il Washington Post, Drokova/Bucher avrebbe scambiato con Epstein oltre mille email e messaggi tra il 2017 e il suo arresto nel 2019 e lo avrebbe messo in contatto con imprenditori e progetti della sua rete. Nella stessa ricostruzione compare anche Serguei Beloussov (conosciuto negli Stati Uniti come Serg Bell), imprenditore tech russo presentato come ex mentore di Drokova/Bucher e collegato a iniziative di ricerca quantistica in Russia. Qui conviene non forzare le conclusioni: tecnologia, capitali transnazionali e influenza reputazionale si intrecciano spesso anche in assenza di regie clandestine. Ma proprio perché quel settore è un’area in cui relazioni, presentazioni e accesso contano, il materiale contribuisce a delineare un Epstein che non si limitava a “leggere” la Russia: la frequentava come terreno di opportunità, contatti e, potenzialmente, leve.

Nell’economia dell’influenza, la differenza tra un archivio pieno di articoli e una rete di messaggi, inviti e presentazioni è sostanziale. Il primo è un sintomo di attenzione; il secondo è una pratica di potere. E qui torna il tratto che accomuna molti capitoli del caso Epstein: l’uso sistematico della socialità come infrastruttura. I contatti non sono semplicemente nomi, ma connessioni che possono aprire porte, mettere in contatto mondi separati, far circolare opportunità e, talvolta, vulnerabilità. Anche senza evocare servizi segreti, questo tipo di rete è già di per sé un oggetto politico.

Donne russe

In questo contesto si collocano anche riferimenti collaterali riportati da alcune sintesi: menzioni di donne russe nel materiale e il racconto di un tentativo di Epstein di presentare una donna russa al principe inglese Andrew Mountbatten-Windsor. Presi da soli, questi dettagli dicono soprattutto ciò che già si conosce del metodo Epstein: capitale sociale costruito attraverso intermediazioni, promesse, scambi e, talvolta, ricatti. Ma inseriti in un quadro che comprende tentativi di contatto con figure apicali e relazioni con funzionari o ex funzionari russi, contribuiscono a rendere più sfumata la linea tra “contesto generico” e “rete di relazioni”. Non nel senso di una colpa automatica, ma nel senso di una costellazione coerente con la sua maniera di operare.

Jeffrey Epstein
Jeffrey Epstein

Verità o complotto

Il problema, per chi cerca risposte nette, è che la pubblicazione del DOJ (Department of Justice) produce soprattutto un aumento di complessità. Da una parte, l’avvertenza ufficiale sulla presenza di segnalazioni non verificate impone cautela: un documento presente nel corpus può essere un indizio, una narrazione di terzi, un’ipotesi, un errore, una provocazione. Dall’altra, proprio la quantità di materiale consente di intravedere continuità relazionali: scambi che si ripetono, nomi che ricompaiono, favori che passano dalla teoria alla pratica. È qui che la lettura “tutto o niente” fallisce. Il rischio è doppio: archiviare ogni cosa come fumo, oppure trattare ogni ricorrenza come fuoco.

La cautela, in questi casi, non è un esercizio di equidistanza, ma una disciplina di metodo. In concreto significa distinguere tra ciò che è “passivo” e ciò che è “attivo”: tra un nome che appare in una rassegna stampa e un nome che compare in un’email con una richiesta specifica; tra un riferimento di contesto e una conversazione in cui qualcuno si offre come tramite; tra una frase costruita per impressionare e una risposta che mostra, invece, un effetto reale. Questo lavoro di separazione è meno spettacolare della caccia al grande scoop, ma è l’unico che può evitare che i file diventino un generatore infinito di insinuazioni.

Resta infine il capitolo della disinformazione, che nei giorni dell’uscita dei file si è intrecciato con l’analisi dei documenti autentici. La stessa massa di carte che alimenta ricostruzioni giornalistiche e interrogativi legittimi ha offerto anche materia prima per falsificazioni, collage e narrazioni “pronte all’uso”. Il risultato è che, nel circuito pubblico, contenuti reali e manipolazioni si sono sovrapposti. È un elemento che pesa non tanto sulla sostanza dei contatti emersi, quanto sulla difficoltà di stabilire cosa, tra ciò che circola, sia un riflesso fedele delle carte e cosa una loro distorsione. E non è un dettaglio secondario: quando le narrazioni virali arrivano prima del lavoro di verifica, la percezione pubblica si cristallizza e rende più difficile persino discutere i fatti che davvero esistono.

Se si prova a tirare le fila, il quadro che emerge dai materiali pubblici è più sobrio delle tesi “complottiste”. Ma non coincide neppure con l’idea che nei file non ci sia nulla di significativo. Non c’è, finora, una prova pubblica che collochi Epstein come “asset” dell’intelligence russa in senso tecnico, né un riscontro che certifichi un incontro con Putin. Nei resoconti basati sui file, Epstein appare come un uomo in cerca di accesso a ogni livello del potere globale; nel farlo ha intrecciato relazioni e scambi anche con figure russe, talvolta con passaggi operativi. In un caso così saturo di rumore, la differenza la fanno proprio questi passaggi: non i nomi ripetuti in una rassegna stampa, ma le interazioni che lasciano intravedere il funzionamento della rete.

Raccontare questa storia, oggi, significa accettare un punto scomodo: la verità disponibile non è un verdetto, ma una serie di livelli. C’è il livello dei documenti “rumorosi”, in cui la Russia è un tema ricorrente perché ricorrente è la Russia nella politica mondiale. C’è il livello delle relazioni, in cui compaiono interlocutori russi o russo-collegati con cui Epstein sembra avere un rapporto abbastanza stabile da chiedere e ottenere favori. E c’è il livello, ancora non raggiunto in modo pubblico, delle prove operative che trasformerebbero una rete di contatti in una struttura di controllo. Finché quel terzo livello non si materializza, il lavoro resta quello classico: raccontare ciò che è documentato, indicare ciò che manca e tenere separata la cronaca dalle congetture.

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